domenica 10 aprile 2011
Wikileaks: Israele voleva spingere economia Gaza sull'orlo del collasso
Wikileaks, Israele disse: "Fate pressioni sulle banche italiane per l'Iran"
Lunedí 29.11.2010 19:30
Israele chiese agli Usa di esercitare pressioni sul governo italiano, preoccupato per gli affari che legano le banche italiane e tedesche all'Iran e la mancata applicazione delle sanzioni. Come si racconta nei documenti diffusi da Wikileaks (un dispaccio del 10 dicembre dell'ambasciata americana a Tel Aviv), la richiesta venne avanzata durante la visita in Israele del Sottosegretario Usa, responsabile per il terrorismo e l'intelligence finanziaria, Stuart A. Levey, il 16 e 17 novembre 2008.
Levey incontra il ministro degli Esteri israeliano, Tzipi Livni, il direttore del Mossad, Meir Dagan, e altri rappresentanti del governo. Si discute delle sanzioni verso le banche iraniane e della lotta ai finanziamenti ai terroristi. "I documenti mostrano diverse fonti che sostengono le valutazioni israeliane, specie sull'Iran", ha detto il ministro israeliano Benyamin Netanyahu, commentando i documenti Wikileaks.
Gli americani sembrano condividere le preoccupazioni di Israele, e sono d'accordo nell'esporre alla comunità internazionale le attività illecite condotte dalla Central Bank of Iran. La banca, secondo gli israeliani, starebbe aiutando settori commerciali e bancari iraniani a "raggirare le sanzioni" imposte al Paese.
Dell'Italia si parla in un altro incontro in presenza anche di Yossi Gal, direttore generale del Ministero degli Esteri israeliano, e Alon Bar, vice direttore Generale per gli Affari Strategici. Si parla dei progressi fatti dalle banche europee nell'ambito degli sforzi per la non-proliferazione. Gal si lamenta della situazione in Italia e Germania, visto che questi Paesi "starebbero venendo meno all'impegno di far rispettare le sanzioni nei loro settori bancari".
Gal si rivolge direttamente a Levey, anticipandogli che il ministero degli Affari esteri di Israele "stava progettando una visita in Italia, nel mese di dicembre", pur tra molte incertezze, visto che non sapeva se i suoi tentativi di persuadere i politici sarebbero riusciti a tradursi in azioni concrete. Dubbi analoghi vengono avanzati sul sistema bancario tedesco, dove "le resistenze da parte della burocrazia e del settore privato spesso compromettevano i tentativi da parte di alcune figure politiche di migliorare la normativa tedesca".
Al termine dell'incontro, gli israeliani sollecitano il sottosegretario Usa ad esercitare pressione, insieme ad Israele, sui governi e sui settori bancari tedeschi e italiani, "affinché si impegnino ancora di più". Levey, da parte sua, evidenzia anche gli sforzi del ministero del Tesoro Usa di estendere le sanzioni all'Iran ai settori delle spedizioni e delle assicurazioni: "In questo senso - dice, per rassicurare gli israeliani - abbiamo trovato validi partner in Europa e nel Regno Unito per proseguire con questi sforzi".
Un anno dopo, il presidente russo Dmitri Medvedev confessa le difficoltà che sta incontrando nei rapporti con l'Iran. A rivelarlo è il personale dell'ambasciata italiana a Mosca, che riferisce di una confidenza fatta dal presidente a Silvio Berlusconi. "Avere a che fare con l'Iran è frustrante".
Medio Oriente, 19 morti dall’inizio dei raid israeliani. Spiragli di tregua tra Israele e Hamas
R. – La situazione è molto confusa, perché negli ultimi giorni c’è stato un forte scambio di ostilità tra Gaza e Israele. La situazione è preoccupante sia da un punto di vista militare generale, sia da un punto di vista politico, perché c’è in questo momento una fortissima tensione tra Hamas e l’Olp, che controlla invece il West Bank in vista delle elezioni palestinesi. Inoltre su Gaza c’è una sorda guerra diplomatica a causa delle conseguenze, che Israele considera nefaste, del Rapporto Goldstone che accusava Israele di aver deliberatamente avuto come obiettivo i civili di Gaza durante l’“Operazione Piombo Fuso”. Pochi giorni fa il giudice ha parzialmente ritrattato parte del suo rapporto, dicendo che l’obiettivo dei civili non era “politica deliberata” dell’“Operazione Piombo Fuso”.
D. – Quali effetti potrebbe avere questa parziale modifica del Rapporto Goldstone?
R. – Lo Stato di Israele sarebbe assolto dall’accusa di aver provocato uno spropositato numero di vittime civili durante la guerra di Gaza di due anni fa e che, quindi, lo Stato ebraico si sentirebbe più libero di rispondere ad eventuali azioni di Hamas o della Jihad islamica di Gaza, come ci sono state, senza doversi difendere preventivamente sul piano diplomatico.
D. - Il fatto che in questo momento la vicenda mediorientale sia una partita soltanto tra Israele e Hamas tiene lontana la comunità internazionale dall’impegnarsi in una mediazione più efficace?
R. – La Comunità internazionale, in questo momento, non può mediare efficacemente perchè non c’è in questo momento un referente palestinese unico e neanche legittimato: sia il Parlamento palestinese, sia il presidente Abu Mazen sono “scaduti” da un anno o addirittura due anni. Bisogna allora aspettare le prossime elezioni – che dovrebbero essere a settembre – per aver un interlocutore palestinesi o, forse, due.
D. – La situazione siriana e i rivolgimenti contro il regime di Damasco possono in qualche modo influire?
R. – Moltissimo. Israele – tutto sommato – fa il 'tifo' per l’attuale regime siriano, perché teme che una nuova Siria possa rimettere in discussione la questione libanese, che è già fluida di suo, e quindi rafforzare in qualche modo hezbollah, in Libano. Questo Paese viene visto da Israele come collegato ad Hamas, nella Striscia di Gaza. L’instabilità della Siria è un gravissimo problema per Israele anche perché minaccia direttamente un altro Paese, la Giordania, che già di per sé ha un equilibrio assai precario. (mg)
Un approccio politico alla questione nucleare
In questi giorni di apprensione per le note vicende giapponesi, la linea prevalente di opposizione all’uso dell’energia nucleare è quella di sottolinearne i rischi sanitari connessi alle emissioni radioattive conseguenti a gravi incidenti, che la breve storia dell’industria nucleare ha dimostrato più probabili di quanto si volesse far credere.
In questi giorni di apprensione per le note vicende giapponesi, la linea prevalente di opposizione all’uso dell’energia nucleare è quella di sottolinearne i rischi sanitari connessi alle emissioni radioattive conseguenti a gravi incidenti, che la breve storia dell’industria nucleare ha dimostrato più probabili di quanto si volesse far credere.
Non è che questo approccio sia sbagliato, per carità, è giusto far riflettere l’opinione pubblica sulle possibili incontrollabili conseguenze del ricorso al nucleare, soprattutto con l’approssimarsi di un momento decisionale importante come quello del referendum abrogativo che si svolgerà in Italia a Giugno. Però ritengo che bisognerebbe fare una riflessione più approfondita e più a lungo termine.
Siamo proprio certi che l’atteggiamento prevalente nell’elettorato sarà costantemente di rifiuto della tecnologia nucleare, per timore dei rischi alla salute? L’esperienza concreta ci induce a credere che non è così scontato. Prendiamo il caso della mobilità: si tratta di un’attività umana tra le più rischiose a livello sanitario. Tutti sono consapevoli degli spaventosi livelli di mortalità e morbilità connessi all’uso dell’automobile, sia a causa degli incidenti stradali che dell’inquinamento atmosferico. Eppure la gravità del rischio ha un grado elevato di accettabilità sociale, rispetto ad altre attività con impatti sanitari molto inferiori.
Evidentemente, a livello subliminale le masse consumistiche hanno interiorizzato, a torto o a ragione (secondo me a torto), la convinzione che il rischio sanitario sia ampiamente compensato da altri vantaggi e comodità. In altre parole, non è automatico che l’eventualità di un danno sanitario collegato ad un’attività umana sia un fattore escludente, ma ciò discende solo da un processo mentale di bilanciamento dei suoi costi e benefici. A livello generale, ciò corrisponde alla convinzione, più diffusa di quanto si creda nelle società occidentali, che l’inquinamento ambientale sia il prezzo da pagare al benessere e al progresso.
Quindi, nulla può escludere che, quando la disponibilità di risorse energetiche sarà sempre più scarsa e determinerà forzatamente un minore uso delle tecnologie che rendono tanto comoda la nostra vita, la maggioranza dell’opinione pubblica si orienterà favorevolmente all’uso del nucleare. E noi, “adoratori del picco” sappiamo benissimo che questo momento è molto più vicino di quanto comunemente si pensi.
Allora, un’opposizione più efficace all’energia nucleare attualmente non può che essere fondata sull’analisi dei rischi industriali del suo uso, principalmente collegati ai costi di produzione e alla disponibilità mondiale di risorse minerarie di uranio.
Ma anche l’argomento della non competitività economica della tecnologia nucleare può valere solo in una situazione di agevole disponibilità di alternative energetiche. In una situazione di scarsità, nulla potrebbe impedire per motivi strategici agli Stati nazionali di sovvenzionare l’industria nucleare per rendere più conveniente l’investimento dei privati.
Quindi, l’unico limite veramente insuperabile dell’energia nucleare, almeno nella versione tecnologica attuale, è la consistenza delle risorse di uranio e l’argomento più efficace contro i progetti di costruzione di nuove centrali è a mio parere il rischio, più volte discusso su queste pagine elettroniche, di indisponibilità del combustibile durante il loro ciclo di vita.
Fonte informarexresistere